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Avellino, 12.01.2019

Caro Direttore,

ieri nei telegiornali e giornali on line ed oggi nei quotidiani in edicola, un’ aula di giustizia avellinese ha avuto ampio risalto “in cronaca”: è uscita la sentenza sulla cd. Strage di Acqualonga.

Ci sono state molte condanne, a pene anche severe, che hanno raggiunto coloro che erano ritenuti i diretti responsabili del gravissimo incidente stradale che provocò la morte di ben quaranta persone; ci sono state diverse assoluzioni.

Hanno fatto notizia queste ultime: il Tribunale di Avellino ha assolto per non aver commesso il fatto e con formula piena le persone che all’ epoca dei fatti sedevano al vertice della società Autostrade e delle quali la Procura della Repubblica aveva richiesto la condanna alla pena di dieci anni di reclusione.

Non conosco le carte del processo né credo sia opportuno per chi non è stato parte in causa azzardare commenti sulle decisioni del Tribunale, ma ho sufficiente pratica delle cose di giustizia per affermare con sicurezza che condanne ed assoluzioni sono il prodotto tipico di qualsiasi giudizio penale che, in Italia come altrove, si celebra proprio per stabilire le effettive “colpe” delle persone, dopo che gli inquirenti, al termine delle loro indagini, hanno formulato delle ipotesi di responsabilità.

Ma sono rimasto molto turbato - e per questo ho sentito il bisogno di scriverTi - dalla protesta per le assoluzioni che si è scatenata in aula e che da qualche ora tracima sui siti d’ informazione ed anche nei “social”.

I familiari delle vittime presenti alla lettura del dispositivo hanno gridato minacce e contumelie al Giudice che ha assolto, ed hanno urlato “Ha vinto il dio denaro…siete tutti venduti” all’ indirizzo del suo scranno, preannunziando che se la sarebbero vista “loro”. L’ aula è rimasta a lungo assediata….

Dopo poche ore, il Ministro dell’ interno e quello del lavoro e dello sviluppo economico hanno pubblicamente commentato nel merito la sentenza di Avellino, asserendone l’ uno l’ ingiustizia, l’ altro l’ incomprensibilità.

So bene che sarebbe politicamente corretto dire che occorre “umanamente” comprendere lo sfogo dei familiari delle vittime.

Io, con tutta sincerità, e pur dolendomene, non ci riesco.

Caro Direttore, non può essere consentito a nessuno in uno stato di diritto di inveire contro un giudice, perché non si è condiviso un suo giudizio, corretto o errato che lo si ritenga; non può essere permesso a nessuno di gridare in un’ aula di giustizia che questa è stata venduta; non si può dare ascolto a chi annuncia l’ intenzione di volersi fare ragione da sé: la Giustizia è amministrata dal Tribunale, non dal popolo, ancorchè nel suo nome ed è essenziale alla sopravvivenza dello Stato nel quale viviamo che ad essa si presti ossequio.

Sempre.

Le sentenze che non si condividono si impugnano e nei gradi di giudizio successivi il nostro sistema processuale appresta ampie tutele a chi si lamenti di una decisione sbagliata.

Certo, in questo nostro sciagurato paese, scene del genere non sono una novità e probabilmente gli strepiti allignano perché sempre più spesso il processo penale è scambiato per un’ ordalia che ha come scopo non la ricerca e la sanzione della responsabilità per un fatto colpevole, ma la vendetta.

E’ vero pure che quelli che hanno gridato sono disperati per la gravissima perdita di affetti e sono vittime provate da anni di processo, che è di per sé una pena. Essi hanno diritto all’ attenuante del dolore, ma anche a quella di essere stati forse indotti nell’ errore di credere a quel notissimo alto magistrato che almanacca in TV che non esistono imputati innocenti ma solo colpevoli non ancora scoperti.

Ma, mi creda Caro Direttore, l’ attenuante non può valere per gli onorevoli Salvini e Di Maio che rappresentano – purtroppo – lo Stato ai suoi massimi livelli.

Costoro proprio non possono permettersi né di fare da cassa di risonanza di quegli urli scomposti ed oltraggiosi, né, tantomeno, di rincorrere il consenso dei familiari delle vittime scrivendo o dicendo cose altrettanto incongrue.

Alle 15,31 di ieri il Ministro dell’ Interno – al solito in diretta Facebook - ha commentato la sentenza di Avellino dicendo testualmente:” La sentenza di Avellino la devo leggere e non commento le cose senza averle lette … che assolve qualcuno che ha la responsabilità dei morti … qualcuno deve pagare”.

Alle 15,56 di ieri Il Ministro del lavoro e dello sviluppo economico, dopo aver pubblicato il video delle grida dei familiari delle vittime nell’ aula del Tribunale di Avellino ha scritto sempre su FB “Le sentite queste grida? Sono quelle di chi si sente dire dallo Stato che non esiste un colpevole per la morte di suo figlio, sua figlia, sua mamma, suo papà, suo fratello, sua sorella…. E’ incomprensibile. Ma il mio non è un attacco ai giudici. Il grido di dolore delle famiglie delle vittime di Avellino dopo l’assoluzione lo capisco e mi fa incazzare”.

Ognun vede che lorsignori hanno parlato a vanvera: non hanno letto le carte del processo, non lo hanno seguito, non sanno che ci sono state delle condanne a pene pesanti, nessuno gli ha detto che le vittime verranno risarcite dalla società concessionaria dell’ autostrada.

Chiunque nota che costoro hanno anche articolato pensieri contraddittori in punto di logica.

Ma, Caro Direttore, ciò che mi sembra davvero insopportabile è che due ministri della repubblica si precipitino a bollare come incomprensibile o sbagliata una sentenza appena emessa da un Giudice della stessa repubblica.

Siamo ad un passo dal vilipendio delle istituzioni o, quel che è peggio, ad un passo dalla vanificazione delle regole dello stare insieme, ad opera proprio di chi deve farle rispettare.

E mi spiace davvero che la nostra città ed il nostro Tribunale, con le cui decisioni quotidianamente e civilmente ci misuriamo, siano teatro di tutto questo.

I penalisti irpini non possono rimanere in silenzio di fronte a questo sconcio ed a questo becero modo di speculare sul dolore a scapito della giustizia e del rispetto che si deve ai suoi rappresentanti ed alle aule nelle quali essa viene amministrata e presto assumeranno le conseguenziali iniziative nella sede propria.

Oggi, però, consentimi di sperare che il mio sconcerto e la mia protesta siano anche Tuoi e dei Tuoi numerosi ed attenti lettori e perciò Ti chiedo di pubblicare questa mia scomoda missiva.

Luigi Petrillo